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Fonti dell'abbondanza   Arte Massa Marittima

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Le fonti dell'abbondanza

Le sue risorse infatti erano garantite dalla travertino su cui poggia la cittadina, che grazie alla sua porosità, riesce a gonfiarsi di acqua come una gigantesca spugna e a renderla poi in punti in cui lo stesso travertino si appoggia su strati di roccia impermeabile. Le fonti dell’abbondanza furono costruite al di sopra di un punto strategico, dove grazie all’attenta opera di abili minatori, esisteva una confluenza ancora visitabile (vedi l’escursione alle fonti dell’abbondanza) di gallerie per il recupero ed il convogliamento dell’acqua del sottosuolo, proveniente dagli strati superiori della collina (in pratica dalla città nuova) di cunicoli e di gallerie di scolo. Sopra a queste importanti fonti, che soprattutto in epoche di assedio erano le più importanti (le altre infatti si trovavano al di fuori del circuito murario principale, tra le altre le fonti di Bufalona, la fonte del Tordino in Ghirlanda…), venne costruito un grande Magazzino pubblico, che aveva la funzione di granaio pubblico. Nel periodo del libero comune, quando nelle città stato non si poteva buttare nulla ma tutto, al contrario, era gestito con l’ottica sapiente della pubblica utilità, nel granaio veniva stipata una parte del raccolto prelevato ad ogni proprietario terriero, una piccola parte che diventava importante soprattutto negli anni di carestia, quando il seme veniva a mancare ma la fame cittadina no.

Allora veniva distribuito gratuitamente o quanto meno ad un prezzo politico appositamente calmierato quel seme pubblico, affinché la città avesse comunque modo di approvvigionarsi e non dovesse dipendere dalle angherie dei Comuni circostanti (che bel concetto di debito pubblico…). In questo magazzino, nella allora cattolicissima Massa Marittima, senza rinunciare al concetto del gusto artistico e del bello (i principali monumenti massetani, come detto nella nostra storia, sono stati realizzati proprio nel periodo del libero comune, 1225-1338), si decise di realizzare questo affresco.

Due donne raccolgono dei peni dall'albero

Proprio perché doveva essere posto su questo magazzino di fortuna, da utilizzare solo in momenti di carestia, si decise che tale affresco doveva avere una funzione dai dotti chiamata “apotropaica”, in poche parole doveva da una parte augurare che i raccolti avvenissero sempre in maniera abbondante, dall’altra doveva scacciare la malasorte o la sfortuna di dover ricorrere alla funzionalità del magazzino.

Per questo ecco l’albero dell’abbondanza, un gigantesco albero pluriramificato, che si scaglia sulla parete dell’affresco dal basso verso l’alto, quasi a comprendere tutta la cornice e tutto lo spazio disponibile sul muro: i suoi frutti non sono frutti qualsiasi, dal momento che tra le foglie è facile riconoscere degli enormi peni, organo maschile a chiaro simbolo della fertilità, della vita, dell’abbondanza e della buona sorte, fin dalla tradizione prima greca e dopo romana. Al di sotto dell’albero giganteschi, sgraziati e spaventosi corvi neri insidiano il prezioso grano ospitato al di sopra nei magazzini, senza apparentemente riuscirvi, e sembrano agitare il loro scoordinato e casuale volare incombendo nella vita dell’uomo, che vive nel piano più basso dell’affresco. E’ comunque una umanità particolare, una processione di figure femminili che cercano i frutti dell’albero, una tendente ad un ramo nell’intento di arrivarvi, altre impegnate a mettere nei sacchi il prezioso raccolto, misteriose sacerdotesse o addirittura fate dal capo cinto ed inghirlandato.

 

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